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Il racconto dell’open day a Big Rock – Institute of Magic Technologies 

“Al pari di ingegneri, dottori, architetti,

i sognatori ispirano il futuro con le loro visioni.

A BigRock formiamo sognatori”.

Datemi una presentazione di vendita della scuola condotta ad arte dal fondatore Marco Savini, un pizzico di magia e l’idea che si possa educare ad aprire la mente anziché soffocarla sotto tonnellate di concetti e mi avrai per sempre.

Si MAGIA perché qui si assemblano geni che al cinema come a casa mi fanno sognare, mi raccontano storie e superandosi ancora ottengo l’insperato: la mia MERAVIGLIA!

Che c’è di meglio del meravigliarsi?
Questo è il punto. Come mettere assieme una ricetta apparentemente celata e ancor peggio come insegnarla in un mondo in cui ieri è già tanto tempo fa, oggi vola e domani chissà. A Big Rock sembra ce l’abbiano e il segreto pare proprio nel creare le condizioni per il “non fare”… ma detto così, lo capisco, potrebbe essere frainteso.

 

Mi spiego meglio aiutandomi con una parte di Kebrillah di Lorenzo Jovanotti: “mi hai messo in mano una spada senza insegnarmi le mosse”. A me piace interpretarlo come il buon maestro che ti da le basi di massima del buon fare, ma si pone ben distante dal dirti come raggiungere e quale sia il risultato giusto o meno. É qui che nasce il sostegno, sparisce la sacenza e fiorisco nuove idee.

 

Big Rock è in definitiva come terreno fertile innaffiato da mani esperte che sono poi (tutti per regola interna) studenti particolarmente meritevoli diventati docenti raffigurati in caricature appese alle pareti neanche fossimo al castello di Hogwarts quello di Herry Potter.
È a quel seme che di certo non dicono che pianta diventare perché è lì che si nasconde la magia, il sogno che poi diventa realtà. La magia di sentire l’essere, assecondare la bellezza in nuove forme d’arte, di diventare l’inaspettato e di meravigliare ancora e ancora.

Durante l’open day a cui ho partecipato mi è sembrato di accostarmi ad una fonte che sgorga ancora acqua pura, ci si immerge in una realtà di campagna dove tutto sembra studiato per non perdere il main focus della scuola. Perché le chiacchiere stanno a zero quando si deve padroneggiare un’arte, qui si studiano tre materie e punto: computer grafica, concept art, e virtual reality. Nulla di più sul pezzo come queste materie.
Sapere poi che lassù al secondo piano della scuola c’è la stanza holografica come quella che fantasticavano gli sceneggiatori del celebre Star Trek con il loro “ponte degli ologrammi”, ma non poterla visitare è la ciliegina sulla torta di Savini perché ora muoio dalla voglia di provare l’esperienza.

In più ritrovo qui un ambiente vincente attorno ad una scuola di successo con le campagne verdi attorno a stimolare l’attenzione involontaria, i silenzi così rigenerativi, la natura e le piante depuranti da interno sparse in molte classi ad incrementare resa e salute. Quanto l’ambiente che circonda questi ragazzi sta influenzando le loro prestazioni, il loro benessere e in definitiva il loro successo? Molto di più quello che si pensa ed è per questo motivo che hanno scelto di farla nascere qui lontano da tutto e non per forza sull’Himalaya.

Chi si distrae dal focus è semplicemente OUT! dalla scuola così da educare alla responsabilità e a non sperperare i soldi che un padre o lo studente stesso investe per scoprirsi e per scoprire.

Fine delle trasmissioni, Spock rientro alla base con tutto il mio bagaglio d’euforia consapevole del fatto che qui nel pianeta terra altri sognatori sono all’opera e dialogano con il pragmatismo spesso troppo arido per far crescere arte e bellezza. Forse aveva ragione Dumas, anche se non si riferiva al Veneto, dicendo:

“l’arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. È un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude” 

o forse no perché qui il terreno l’hanno scelto bene e lo curano altrettanto.

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